Il padre già morto
Riflessioni sul tramonto della funzione paterna, sulla deformazione del femminile e sulla violenza come sintomo di un vuoto .
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I. Una morte senza data
C'è una morte che non fa rumore. Non ha data, non ha rito, non lascia fiori sul davanzale. Non si annuncia con il respiro che si affievolisce né con il silenzio improvviso di una stanza. È la morte del padre mentre è ancora vivo — la sua progressiva evaporazione dal campo del senso, la sua trasformazione in presenza biologica svuotata di funzione simbolica.
Io conosco questa morte dall'interno. Da molti anni mi sento un padre già morto, reso superfluo dentro la mia stessa famiglia, marginalizzato con quella gentile indifferenza con cui si rimuove un mobile ingombrante — non con ostilità dichiarata, che almeno sarebbe onesta, ma con qualcosa di più sottile e più devastante: l'irrilevanza. La progressiva sottrazione di spazio, di voce, di peso nelle decisioni che riguardano i propri figli. La sensazione di essere presente e insieme assente, di esistere senza contare.
Ho impiegato tempo a capire che la mia storia personale non era soltanto mia. Che quello che vivevo nella dimensione privata della famiglia era il riflesso fedele — quasi la proiezione su scala domestica — di un fenomeno macroscopico che attraversa la società occidentale contemporanea. E che per comprenderlo davvero non bastava guardare dentro casa propria. Bisognava guardare fuori, verso le forze culturali, economiche e ideologiche che quella casa l'hanno plasmata senza che nessuno lo dicesse esplicitamente.
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II. Recalcati e il complesso di Telemaco: una diagnosi giusta a metà
Massimo Recalcati ha scritto, nel suo Il complesso di Telemaco (Feltrinelli, 2013), pagine lucide e commoventi sulla cosiddetta "evaporazione del padre" nell'Occidente contemporaneo. Il termine è di Jacques Lacan, e indica la dissoluzione della funzione simbolica del padre — non necessariamente la sua assenza fisica, ma la perdita della sua capacità di strutturare il desiderio, di dare forma all'esperienza, di rappresentare quell'Altro che legittima e orienta.
Recalcati osserva che il figlio contemporaneo — che chiama Telemaco, in riferimento al figlio di Ulisse che attende il padre scomparso — non vive tanto la ribellione edipica contro il padre quanto la sua inquietante mancanza. Non c'è un padre da abbattere, perché il padre è già evaporato. Non c'è un'autorità contro cui ribellarsi, perché l'autorità si è ritirata. E senza quel punto di resistenza, senza quell'Altro simbolico che dice "questo ha senso, questo no", il figlio si trova sospeso in un tempo senza forma, in un'adolescenza che non riesce a concludersi.
La diagnosi è giusta. Ma si ferma a metà strada.
Recalcati parla di mancanza, di assenza, di vuoto — come se il padre fosse semplicemente svanito, vittima di forze impersonali e vagamente culturali, di un'epoca che non sa più cosa farsene delle figure di autorità. Non dice abbastanza chiaramente quello che invece mi sembra evidente, quando si guarda il fenomeno dalla prospettiva di chi lo ha vissuto sulla propria pelle: quella scomparsa non è stata un incidente storico. È stata un progetto.
Un progetto che ha avuto i suoi esecutori, i suoi beneficiari e — come ogni progetto che si rispetti — la sua ideologia di copertura.
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III. Han e la società della prestazione: il progetto
Byung-Chul Han, filosofo coreano-tedesco, ha descritto con lucidità quasi chirurgica la struttura profonda della società contemporanea nei suoi libri — in particolare in La società della stanchezza (2010) e ne Gli esposti (2016). La sua analisi parte da una constatazione: il sistema neoliberista non funziona più attraverso la repressione esterna, attraverso il divieto e il comando, attraverso un Altro che impone e proibisce. Funziona attraverso l'interiorizzazione. Il soggetto non viene costretto — si auto-costringe. Non viene sorvegliato da un padrone esterno — si auto-sorveglia. Non viene sfruttato da qualcuno — si auto-sfrutta, credendo di essere libero.
In questo sistema, ogni istanza di legittimazione esterna è strutturalmente pericolosa. Un soggetto che ha bisogno del riconoscimento di qualcun altro per sapere chi è, che si orienta attraverso figure di autorità esterne, che si radica in tradizioni, appartenenze, genealogie — questo soggetto è meno produttivo, meno flessibile, meno disponibile a reinventarsi continuamente secondo le esigenze del mercato. È un soggetto con vincoli. E i vincoli rallentano.
Il padre — non il padre-padrone autoritario della tradizione patriarcale, ma il padre come testimone di una forma, come colui che dice al figlio "questo ha senso, questo no", come incarnazione vivente del fatto che esiste qualcosa al di là della soddisfazione immediata del desiderio — era esattamente questo tipo di vincolo. Era l'Altro simbolico per eccellenza: qualcuno che ti precede, che ha un'autorità che non deriva dalla tua approvazione, che trasmette qualcosa che non si compra e non si vende.
Andava rimosso. Ed è stato rimosso, con l'accusa perfetta, quella a cui è impossibile rispondere senza sembrare complici di ciò che si vuole difendere: è stato chiamato patriarcato.
Non si tratta di negare i reali soprusi storici del sistema patriarcale — sarebbe disonesto e inutile. Si tratta di distinguere, con la precisione che il tema richiede, tra la patologia di un sistema (il padre-padrone che schiaccia, che domina, che non lascia spazio) e la funzione simbolica che quel sistema, nella sua versione deformata, incarnava comunque. La critica al patriarcato, legittima nelle sue origini, è stata dirottata per servire un progetto molto più ampio: la liquidazione di qualunque forma di autorità esterna, di qualunque trasmissione verticale, di qualunque radice che non passasse attraverso il mercato.
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III-bis. Una obiezione necessaria: il sistema che non esiste
A questo punto è onesto fermarsi un momento. Perché c'è un'obiezione che il lettore attento avrà già formulato, e che merita una risposta prima di procedere.
Parlare di un "progetto" di liquidazione della funzione paterna espone al rischio di sembrare teorici del complotto. Chi ha pianificato tutto questo? Dove si riunisce questo anonimo e onnipotente "sistema"? E soprattutto: una visione così determinista non spazza via l'autodeterminazione personale, riducendo ogni individuo a marionetta di forze che lo trascendono? E ancora: non si tratta forse di un fenomeno confinato all'Occidente, privo di universalità?
Sono obiezioni legittime, e vanno prese sul serio. La risposta, però, non è smentire l'analisi — è precisarla.
Nessuno sostiene che esista una cabina di regia, una riunione segreta in cui qualcuno abbia deliberato la morte del padre simbolico. Il "sistema" di cui si parla non è un soggetto con intenzioni — è una struttura con interessi. E gli interessi, quando sono sufficientemente diffusi e sufficientemente potenti, non hanno bisogno di coordinarsi per produrre effetti coordinati. Producono una pressione silenziosa, costante, pervasiva, che premia ciò che gli è funzionale e penalizza ciò che gli è ostile. Nel tempo, quella pressione plasma il corpo sociale con la stessa coerenza di un progetto deliberato — senza che nessuno l'abbia voluto esplicitamente.
È ciò che Hayek, paradossalmente, celebrava come virtù del mercato: l'ordine spontaneo, la capacità di produrre strutture complesse e coerenti senza pianificazione centrale. Quella stessa dinamica può produrre, con la medesima efficienza, devastazione antropologica. Il mercato non ha bisogno di volerla — ha solo bisogno che essa sia funzionale ai suoi meccanismi di riproduzione.
Quanto all'autodeterminazione: riconoscere l'esistenza di forze strutturali che condizionano i soggetti non equivale a negare la libertà individuale. Equivale a descrivere le condizioni dentro cui quella libertà si esercita. Nessuno sceglie nel vuoto. Tutti scegliamo dentro un campo di forze che orienta le scelte, che premia certe direzioni e ne penalizza altre. La differenza è tra determinismo — che nega la libertà — e condizionamento, che la contestualizza. E la forma di controllo più sofisticata è precisamente quella che convince il soggetto di non essere condizionato: che le sue scelte siano interamente sue, che nessuna forza esterna le abbia orientate, che sia l'unico responsabile di ciò che è diventato. Han lo chiama la trappola del soggetto neoliberista: convinto di essere libero proprio nel momento in cui è più profondamente assoggettato.
Ma forse la risposta più efficace a tutte queste obiezioni non è teorica. È un episodio della vita reale che ha la virtù di rendere visibile, in scala domestica, ciò che altrimenti rischia di restare confinato nell'astrazione.
Quando mia figlia era bambina, decidemmo consapevolmente di sottrarla alla pressione consumistica che già a quell'età il gruppo dei pari esercitava con forza crescente — quella pressione silenziosa verso gli oggetti-status che segnano l'appartenenza e sanzionano l'esclusione. Una scelta motivata da valori, non da indifferenza. Fummo convocati da un'insegnante e rimproverati: le nostre scelte stavano causando l'isolamento di nostra figlia dal gruppo. Venivamo invitati a conformarci.
Ciò che colpisce, in questo episodio, non è la sua eccezionalità — è la sua perfetta ordinarietà. Nessuno aveva istruito quell'insegnante. Nessuno l'aveva mandata. Agiva in perfetta buona fede, convinta di tutelare il benessere della bambina. Eppure stava compiendo esattamente la funzione di cui il sistema aveva bisogno: normalizzare il modello, sanzionare la devianza, utilizzare come leva di pressione la cosa più preziosa e più vulnerabile che un genitore possiede. Non c'era un mandante. C'era qualcosa di più efficiente di un mandante: un sistema di valori talmente interiorizzato da non richiedere più nessuno che lo imponesse dall'esterno.
Ecco come funziona il sistema-non-sistema. Non attraverso il comando esplicito, ma attraverso la normalizzazione silenziosa. Non attraverso la proibizione, ma attraverso l'esclusione. Non attraverso un piano, ma attraverso migliaia di piccoli episodi quotidiani in cui chi devia dal modello viene sanzionato — socialmente, affettivamente, relazionalmente — finché la deviazione diventa troppo costosa e la conformità appare come l'unica scelta ragionevole.
Quando ero ragazzo io — nato nel 1960 — la formazione familiare e quella sociale parlavano grosso modo la stessa lingua. Anche il Sessantotto, per quanto sembrasse rivoluzionario, contestava dall'interno di un sistema di valori condivisi: si ribellava all'autorità, ma dentro una cultura che ancora riconosceva l'autorità come categoria legittima. C'era tensione, non frattura ontologica. Quando mia figlia aveva dieci anni, la frattura era già completa. La famiglia che cercava di trasmettere valori alternativi alla logica del consumo non era semplicemente in minoranza — era attivamente sanzionata attraverso i suoi stessi figli. Il mercato era già dentro la scuola, dentro le relazioni tra bambini, dentro il giudizio degli insegnanti. Non esisteva più un fuori dal quale resistere.
Quanto all'obiezione geografica — che tutto questo valga solo per l'Occidente — la risposta è nei fatti: il modello neoliberista non è rimasto confinato entro i suoi confini originari. Si è esportato, con gradazioni e resistenze diverse, in quasi tutto il mondo. E le società che ne sono rimaste più immuni sono esattamente quelle che hanno conservato strutture tradizionali forti — familiari, religiose, comunitarie — capaci di fare da argine. Il che, lungi dal contraddire la tesi, la conferma: dove la trasmissione verticale è rimasta intatta, il fenomeno è meno visibile. Dove è stata erosa, il vuoto si è manifestato con le stesse forme, indipendentemente dalla latitudine.
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IV. I due movimenti coincidenti
La soppressione della funzione paterna non è avvenuta da sola. È stata accompagnata — e questo è il punto che mi sembra più originale e più trascurato nel dibattito corrente — da un secondo movimento, coincidente e speculare: l'ipertrofia di una certa immagine del femminile.
Bisogna essere precisi qui, e la precisione richiede una premessa personale. Ho sempre nutrito verso il femminile un profondo apprezzamento e rispetto — non come postura ideologica, ma come riconoscimento di qualcosa che si impone all'osservazione onesta. Le donne portano in sé qualcosa che gli uomini faticano a raggiungere: una capacità di presenza, di custodia, di verità relazionale che non è debolezza ma forma di potere più antico e più profondo del nostro. Il femminile autentico ha una forma propria: relazionale, ricettivo, capace di contenere senza cancellare, di nutrire senza possedere, di stare nella complessità delle emozioni senza ridurla a schemi di dominio. Non è complementare al maschile nel senso di essere la sua metà mancante — è un principio con una sua dignità propria, autonoma, irriducibile.
Quello che questa società ha fatto non è liberare quel femminile. È qualcosa di più sottile e, a mio avviso, di più violento: lo ha colonizzato dall'interno.
Ha offerto alle donne un accordo: entrate nel sistema, conquistate gli spazi che vi erano stati negati, affermate il vostro valore — ma per farlo dovete diventare come noi. Dovete adottare i codici della prestazione, della competizione, del successo misurabile, dell'autonomia senza radici. Dovete portare dentro la vostra identità i valori del mercato e chiamare tutto questo emancipazione.
Il femminile autentico possiede una forma propria e un potere più antico e più profondo di quello maschile. Non ne è il complemento subordinato — ne è l'altro polo, con una dignità irriducibile e una capacità di stare nel mondo che non ha bisogno di confrontarsi col maschile per affermarsi. La cura, la relazione, la trasmissione affettiva, la custodia del tempo lungo: non sono debolezze travestite da virtù. Sono forme di potere che il mercato non sa misurare, e che proprio per questo ha deciso di neutralizzare.
Il risultato è quella che potremmo chiamare, con una parola sola e senza malizia, la "uoma": la vittima di un inganno ideologico che ha scambiato l'emancipazione con l'omologazione al modello produttivo e competitivo più deteriore. Non una donna che si è persa per debolezza o ingenuità — ma una donna a cui è stata praticata una chirurgia psichica collettiva: le radici del femminile autentico amputate, e al loro posto trapiantate le protesi dell'efficienza. Non una scelta, dunque. Una violenza subita, mascherata da liberazione.
Vale la pena essere espliciti su cosa non si sta dicendo. Non si sta invocando alcun ritorno della donna alla sfera domestica, non si sta rimpiangendo un femminile sottomesso e confinato. Quella versione del femminile era già una riduzione, già una forma di contenimento che serviva un sistema diverso ma non meno interessato a neutralizzarne la potenza. La donna regina della casa era anch'essa una protesi — solo più antica. Quello che si lamenta non è la fine di un ruolo, ma il furto di una forma. Non si tratta di riportare le donne indietro — si tratta di restituire loro ciò che è stato sottratto: il diritto di stare nel mondo con la propria specificità, senza doverla sacrificare sull'altare della produttività.
I due movimenti — liquidazione della funzione paterna e deformazione del femminile — non sono paralleli. Sono le due facce dello stesso atto. Il sistema neoliberista aveva bisogno di individui, non di relazioni; di produttori, non di custodi; di autonomi, non di interdipendenti. Aveva bisogno di demolire tutto ciò che poteva costituire un'alternativa alla sua logica. Il padre simbolico e il femminile autentico erano, ciascuno a suo modo, esattamente quella alternativa.
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V. La famiglia come campo di battaglia
Le conseguenze di questi due movimenti coincidenti si sono manifestate in modo particolarmente visibile nella famiglia. E la violenza di ciò che è accaduto — uso il termine "violenza" in senso proprio, non metaforico — emerge con chiarezza quando si confronta quello che la famiglia era, nella sua versione ideale, con quello che è diventata.
La famiglia tradizionale — anche nelle sue versioni imperfette, anche nelle sue gerarchie discutibili — era fondata su un principio che potremmo chiamare costruzione per somma. I due principi, il maschile e il femminile, si differenziavano nettamente, occupavano spazi diversi, avevano funzioni diverse — e proprio in quella differenza si integravano, producevano qualcosa di più grande di ciascuno. Non era parità nel senso moderno del termine, e non mancavano le distorsioni. Ma era un'unità che conteneva entrambi, che non richiedeva a nessuno dei due di annullarsi per fare spazio all'altro.
Quello che la cultura iperliberista ha introdotto nella famiglia è la logica della competizione. Non più complementarità funzionale, ma contrapposizione di forze alternative: o vince l'uno o vince l'altro. Non somma, ma alternativa. Il linguaggio dei diritti — che pure ha radici giuste — è stato declinato in termini di conquista di territorio: ogni diritto riconosciuto a uno viene percepito come una perdita dall'altro. La famiglia è diventata un campo di battaglia dove si applica la stessa logica del mercato che si applica fuori.
In questo contesto, il padre — già delegittimato simbolicamente dalla cultura, già privato dell'autorevolezza che un tempo gli veniva riconosciuta — si è trovato a combattere su un terreno che non era il suo, con regole che non aveva contribuito a scrivere, in una lingua che non era la sua. E ha perso. Non perché fosse più debole — ma perché era già stato dichiarato sconfitto prima che la partita iniziasse.
La mia esperienza personale è, in questo senso, emblematica. Non mi sono sentito marginalizzato perché avevo torto o perché ero inadeguato. Mi sono sentito marginalizzato perché la cultura aveva già scritto il copione, e nel copione il padre occupava uno spazio residuale, superfluo, decorativo. La mia irrilevanza non era una valutazione delle mie qualità — era l'esecuzione di un progetto culturale.
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VI. Zoja e la regressione all'orda
Luigi Zoja, analista junghiano e storico della cultura, ha scritto nel 2000 un libro straordinario: Il gesto di Ettore. Paternità come cura del mondo. Il titolo si riferisce a un momento dell'Iliade in cui Ettore, il guerriero troiano che sa di andare incontro alla morte, prende tra le braccia il piccolo figlio Astianatte e lo solleva verso il cielo. È un gesto di riconoscimento reciproco: il padre che riconosce il figlio come tale, e il figlio che nella presenza del padre trova la forma della propria identità nascente.
Zoja osserva che la funzione paterna — nella sua versione simbolica, non nella sua versione di dominio — non è mai stata del tutto naturale. Mentre il legame materno ha radici biologiche profonde, il padre è sempre stato anche una costruzione culturale: qualcuno che sceglie di riconoscere il figlio, di assumersi la responsabilità della trasmissione, di dare continuità al tempo attraverso le generazioni. È per questo, dice Zoja, che la funzione paterna è sempre stata fragile, sempre bisognosa di essere sostenuta dalla cultura, sempre a rischio di dissoluzione quando quella cultura viene meno.
Ma la sua osservazione più potente — e più pertinente per il nostro ragionamento — riguarda le conseguenze di quella dissoluzione. Il vuoto lasciato dalla scomparsa del padre simbolico non produce automaticamente un maschile più dolce, più relazionale, più empatico. Produce il contrario. Zoja descrive quello che chiama il "genocidio simbolico dei padri" e osserva come il disarmo paterno, anziché fare posto a valori più femminili, spinga l'identità maschile a regredire verso forme primitive di mascolinità — l'orda, il branco, la violenza orizzontale senza gerarchia, senza senso, senza progetto.
Il padre simbolico, con tutta la sua durezza e la sua autorità, era anche un contenitore. Conteneva le energie del maschile, le orientava, le canalizzava verso qualcosa. Quando quel contenitore viene rimosso, quelle energie non scompaiono. Trovano altre vie. E le vie che trovano, in assenza di forma, sono le più primitive: la violenza, l'aggressività, la competizione distruttiva.
Questo è il punto che mi sembra più difficile da dire pubblicamente, e che tuttavia mi sembra impossibile non dire: la violenza maschile che attraversa la nostra società — quella che esplode nelle relazioni, nei femminicidi, nella rabbia sorda e diffusa che si percepisce nel tessuto sociale italiano — non è il prodotto di troppa funzione paterna. È il prodotto della sua assenza. Non è eccesso di maschile. È collasso del maschile, regressione per vuoto.
Lo dico con tutta la cautela intellettuale che il tema richiede. Non si tratta di costruire una catena causale semplicistica, né tantomeno di trovare una giustificazione per chi compie violenza — la spiegazione di un fenomeno non è mai la sua assoluzione. Ma si tratta di avere l'onestà di guardare il problema nella sua complessità, invece di accontentarsi delle spiegazioni più comode.
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VII. La menzogna del maschio alfa
C'è un fenomeno che, guardato in questa luce, acquista un senso che altrimenti rimane oscuro: la proliferazione, negli ultimi anni, del mito del "maschio alfa". Sui social media, in certi ambienti giovanili, in quella cultura online che va sotto il nome di "manosphere", il maschio alfa è diventato un modello aspirazionale — l'uomo dominante, competitivo, che non si piega, che conquista, che non ha bisogno di nessuno.
Prima di esaminare le implicazioni culturali di questo fenomeno, vale la pena fermarsi sulla sua pretesa base biologica, perché lì risiede uno dei più clamorosi inganni del discorso contemporaneo.
Il concetto di "maschio alfa" nasce nel 1947 da osservazioni su gruppi di lupi in cattività — una condizione artificiale che distorceva profondamente i comportamenti naturali. Negli anni successivi viene applicato agli studi sui primati, in particolare agli scimpanzé, e diventa nell'immaginario collettivo il simbolo della dominanza brutale, della supremazia conquistata attraverso la forza. Ma già dagli anni '80 e '90, chi aveva contribuito a diffondere il concetto — a partire dallo zoologo David Mech, che lo aveva popolarizzato per i lupi — iniziava a ricredersi. Studiando i lupi selvatici con il radiocollare, Mech capì che un branco non è una gerarchia di dominanza — è una famiglia. E si chiese, retoricamente: che senso avrebbe chiamare un padre umano il "maschio alfa" della sua famiglia? Sarebbe semplicemente il padre.
Frans de Waal, il grande primatologo che ha dedicato la vita allo studio degli scimpanzé, ha chiarito ulteriormente: tra questi primati, il maschio alfa non è il più grande e il più forzuto. È quello che sa intrecciare la rete di alleanze più ampia, che distribuisce il cibo con generosità, che media i conflitti, che si guadagna la lealtà del gruppo attraverso la cura reciproca. Il maschio alfa degli scimpanzé è un politico, un tessitore di relazioni — non un bullo.
La versione culturale del maschio alfa che circola oggi non ha dunque nessuna base etologica. È un archetipo mitico, non una verità biologica. È una costruzione culturale che si maschera da natura per sottrarsi alla critica.
Ma perché è emersa proprio ora, con questa forza? La risposta, alla luce di tutto ciò che abbiamo detto, mi sembra evidente: il mito del maschio alfa è una supplenza archetipica. Quando viene meno la trasmissione paterna — quando il figlio cresce senza aver ricevuto una forma, senza aver incontrato un testimone adulto del maschile che gli mostri cosa significa stare nella relazione con dignità e senza violenza — il vuoto non rimane vuoto. Viene riempito. E ciò che lo riempie, in mancanza di una trasmissione viva, è un archetipo preconfezionato, grezzo, privo della complessità che solo la relazione reale può dare.
L'uomo senza padre non regredisce alla natura. Regredisce a una caricatura della natura, a un mito costruito culturalmente e spacciato per istinto. E quella caricatura produce esattamente ciò che pretende di descrivere: violenza, branco, dominanza fine a se stessa. Non è il ritorno a qualcosa di originario — è la degenerazione di qualcosa che non ha mai potuto formarsi.
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VIII. Il padre di mio padre
Mio padre era noto, nel suo ambiente, come il "palo di ferro". Ex sottufficiale carrista, uomo di poche parole e molte aspettative, durissimo nella forma e inflessibile nei principi. Non era, per usare la terminologia di oggi, un padre empatico nel senso contemporaneo del termine. Non era il padre amico, il padre che si metteva a tu per tu e condivideva le sue emozioni.
Eppure è stato lui a insegnarmi la cura del femminile. È stato lui a dirmi che avevo la responsabilità di sostenere mia madre nelle fatiche domestiche, di starle vicino, di prendere su di me il peso possibile per un ragazzo in famiglia. È stato lui, con tutta la sua durezza, ad avviarmi a una relazione empatica con il femminile — non attraverso le parole, ma attraverso l'esempio di chi prende sul serio le proprie responsabilità relazionali.
Questo mi ha fatto pensare a lungo alla differenza tra durezza e violenza. Tra struttura e sopraffazione. Tra un padre che ha una forma e un uomo che usa la forza per nascondere il fatto che non ce l'ha.
Mio padre era duro. Ma quella durezza non era violenza — era forma. Era il contenitore dentro cui si poteva crescere, anche ribellandosi. Era il punto di resistenza contro cui fare leva per trovare la propria direzione. La sua autorità non era arbitraria — era fondata su qualcosa, su un modo di stare nel mondo che lui trasmetteva con coerenza, anche quando non lo dichiarava esplicitamente.
È esattamente questa distinzione — tra durezza come forma e violenza come patologia — che il dibattito contemporaneo non riesce o non vuole fare. Tutto ciò che è maschile, forte, autorevole viene appiattito nella categoria del patriarcato violento. E in questo appiattimento si perde precisamente ciò che sarebbe più necessario recuperare: l'idea che il maschile autentico — come il femminile autentico — abbia una forma propria, che quella forma abbia una dignità, e che la sua trasmissione sia un dono, non una sopraffazione.
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IX. Cosa rimane
Non ho una soluzione da offrire. Chi scrive da una ferita aperta non ha l'autorità di prescrivere rimedi — ha solo quella di dire quello che vede, con la chiarezza che la ferita, paradossalmente, a volte concede.
Quello che vedo è una società che ha creduto di liberarsi da un peso — la funzione paterna, l'autorità simbolica, la trasmissione verticale — e si è ritrovata con un vuoto che non sa come riempire. Un vuoto che produce violenza, regressione, individui senza forma che cercano nei miti più grezzi la struttura identitaria che nessuno ha loro trasmesso.
Quello che vedo è un femminile deformato da un processo che si è spacciato per emancipazione, e che invece ha tolto alle donne — a molte donne, non a tutte — la possibilità di stare nella propria specificità con orgoglio, senza dover diventare copie del modello che si voleva superare.
Quello che vedo è la famiglia trasformata in campo di battaglia, la relazione tra i sessi ridotta a competizione, il linguaggio dell'amore colonizzato dal linguaggio dei diritti e delle rivendicazioni.
E quello che vedo, in tutto questo, è un progetto riuscito. Non un incidente, non una deriva, non una serie di errori in buona fede. Un progetto che aveva bisogno di individui senza radici, senza trasmissioni, senza appartenenze non mercificabili — e li ha ottenuti, al prezzo di una solitudine e di una violenza diffusa che ora non sa più come spiegare.
Il padre già morto sa queste cose. Le sa nel corpo, prima che nella mente. Sa cosa significa essere presenti e invisibili, esistere e non contare, amare senza avere più un posto riconosciuto da cui amare. Sa cosa si perde quando si perde la forma — non solo la propria, ma quella dei figli che non l'hanno ricevuta.
Non chiedo che mi venga restituito uno spazio che non ho. Chiedo qualcosa di più difficile e di più necessario: che si smetta di fingere che togliere quello spazio sia stato un progresso. Che si abbia il coraggio di guardare quello che è rimasto — il branco, il mito del maschio alfa, la violenza senza grammatica, le relazioni ridotte a campi di battaglia — e di chiedersi se davvero questo è ciò che volevamo costruire.
Il gesto di Ettore che solleva il figlio verso il cielo è antico. Ma forse è ancora il gesto che manca. Non il dominio — il riconoscimento. Non la sopraffazione — la trasmissione. Non il padre-padrone — il padre-testimone. Colui che dice al figlio, con la vita prima ancora che con le parole: esisti, hai forma, sei reale.
Senza quel gesto, non c'è libertà che tenga. C'è solo il vuoto che si traveste da libertà, e dentro il vuoto, l'orda che aspetta
— Enrico Franceschetti
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