Nina
Il vento, a febbraio, ha scarso riguardo per i pensieri. Soffia di traverso, cattivo, lungo il fiume all’altezza di Trastevere, portando con sé quell’odore inconfondibile di limo e di acqua mossa, di pietra bagnata e di tempo che ristagna tra le banchine. È un sentore antico, che mescola il fango del fiume al respiro freddo dell’inverno romano. I platani sono giganti frustati, le loro fronde scheletriche gemono sotto i colpi delle raffiche, mentre le foglie morte, rimaste a marcire sul selciato, vengono sollevate in piccoli vortici disperati contro i tronchi rugosi. Tutto intorno, le grida dei gabbiani compongono una musica di scena arcaica e sola, un lamento che sembra sgranarsi direttamente dal cielo metallo per infilarsi sotto la pelle, insieme a una pioggerellina sottile, quasi un vapore freddo, che si deposita sul bavero del cappotto. Sembrano voci di secoli morti, stornelli alterati di amori dispersi. Sembrano lamenti. Proteste al destino. Cammino, con le mani affondate nelle tas...