Nina

Il vento, a febbraio, ha scarso riguardo per i pensieri. Soffia di traverso, cattivo, lungo il fiume all’altezza di Trastevere, portando con sé quell’odore inconfondibile di limo e di acqua mossa, di pietra bagnata e di tempo che ristagna tra le banchine. È un sentore antico, che mescola il fango del fiume al respiro freddo dell’inverno romano. I platani sono giganti frustati, le loro fronde scheletriche gemono sotto i colpi delle raffiche, mentre le foglie morte, rimaste a marcire sul selciato, vengono sollevate in piccoli vortici disperati contro i tronchi rugosi. Tutto intorno, le grida dei gabbiani compongono una musica di scena arcaica e sola, un lamento che sembra sgranarsi direttamente dal cielo metallo per infilarsi sotto la pelle, insieme a una pioggerellina sottile, quasi un vapore freddo, che si deposita sul bavero del cappotto. Sembrano voci di secoli morti, stornelli alterati di amori dispersi. Sembrano lamenti. Proteste al destino.

Cammino, con le mani affondate nelle tasche per non sentire di non avere altre mani da stringere, misurando il tempo dalla cadenza dei passi sul selciato umido. È un ritmo sordo, rotto, spezzato; lo stesso che batte di dentro, dove l’urlo si è fatto spazio assoluto, da anni incistato in ogni fessura di questa stanza interiore, là dove un tempo riluceva la vita.
Mi fermo. Trovo sostegno nelle pietre a secco, fredde come una verità non detta. Guardo il Tevere. Sotto Ponte Sisto l’acqua corre torbida, di un verde sporco che non riflette nulla, se non il tormento di un cielo che pare essersi abbassato sopra i tetti di Roma per schiacciare la prospettiva, per soffocare ogni chimera di fuga verticale dell'anima. Ed è strano, quasi doloroso nella sua assurdità, pensare a quanto fosse luminoso, un tempo, qui, il solo pensiero di noi. Una luce senz’ombre, una proiezione al futuro senza tramonto.
Mi hai detto: sei l’uomo, sei mio. Non erano parole gettate al vento, o almeno non allora. Era una serietà assoluta, quella propria dei bambini o dei mistici, come se avessi abitato una legge universale, una verità immutabile scritta nell’ordine delle cose. Nulla era importante quanto noi, sostenevi con la naturale fermezza della radice di un albero. Il resto del mondo era solo un rumore di fondo, una scenografia necessaria ma marginale alla nostra realtà. E Io ci sono stato, intero. Ho creduto, non per vanità, ma perché la forza con cui mi guardavi non ammetteva dubbi; ero diventato l'architetto di un tempio che poggiava interamente sulle tue colonne. Pietre scelte, pesanti, destinate all'eterno.
Ardevi di una voglia di vivere che non conosceva la tregua. Era una sfida costante. Ancora. Ancora. Attingevi alle mie esperienze, alle mie memorie, per moltiplicarle per mille, per svelare il confine oltre ogni altro confine. Ero il tuo pozzo immenso, una sorgente, linfa ed essenza, la fonte che alimentava il bisogno di vita, di toccare l’estremo per non sentirti svanire. Riunire le schegge disperse. In quel fuoco, Io ero il centro e tu il potenziamento di ogni mio battito.
Poi, la vita è accaduta. Non con il fragore di una catastrofe, non con il dramma di un tradimento che avrebbe almeno concesso il lusso della rabbia, quella fiamma che brucia e purifica. È accaduta con la spietata metodicità delle cose normali. Gli eventi della vita, le ombre calate improvvisamente sul sangue, quelle urgenze del dovere che non hanno ragione ma che reclamano ogni grammo di ossigeno. Un vortice di necessità prevedibili, di dolori che appartengono al ciclo di ogni esistenza. Da quel momento, sono diventato per te una candela sempre più fioca, una luce superflua e tremante che non serviva più a illuminare i tuoi abissi.
Ho guardato il nostro amore appannarsi come vetro esposto all’inverno. Non un crollo, ma un silenzioso spianamento. Prima è diventato un lusso che non potevi più permetterti, poi un impegno tra i tanti da incastrare tra priorità altre, infine un’ombra fastidiosa che proiettava la colpa di non essere abbastanza presente altrove. Sei stata inghiottita da un richiamo ancestrale di una prigione senza sbarre, dove la lealtà verso il passato uccide, con garbo ma senza sconti, il diritto al presente. E quella che doveva essere la tua vita, l’uomo che era stato il tuo centro, è scivolato lentamente ai bordi, fino a diventare dettaglio, trascurabile nella geografia del tuo nuovo, faticoso quotidiano.
Un passo dopo l’altro, verso l’Isola Tiberina. Il vento mi costringe a chinare il capo, a chiudere gli occhi contro la pioggia in aghi. Non so bene se dentro o fuori di me. Mi chiedo come si possa passare dall’essere assoluto al diventare nulla. Non peggio. Non nulla, ma solo qualcosa. Senza una colpa, un errore, un peccato. Forse la tragedia vera non è la fine involuta di un amore, ma la sua dissolvenza nel grigio della necessità. È il dolore del prevedibile: veder scomparire la luce non perché qualcuno l’abbia spenta con cattiveria, ma perché il combustibile si è esaurito per alimentare altri fuochi, più urgenti, più ovvi, più socialmente accettabili. L’unico tuo amore sano. Non ero Io.
Mi resta l’ombra interiore di te, una dolce, rabbiosa, violenta, infinita nostalgia che non vuole farsi fiele, ma che pesa come il fango del fiume che si deposita sulle banchine dopo la piena. Cammino in questo mattino di febbraio, tra le foglie che si sgretolano sotto le suole, sapendo che l’immensità che avevamo costruito è stata sconfitta dalla normalità. Ed è questo, forse, l’aspetto più amaro: scoprire che anche l’amore più alto può essere abbattuto dalla gravità delle cose semplici.
....
L'Uomo riprende il cammino. La scena si solleva dal suo marciapiede, abbandonando il dettaglio di quel volto contratto dal freddo e dal ricordo. Sale sopra le chiome tormentate dei platani, mentre Roma si allarga indifferente e magnifica intorno alle banchine. L'Isola Tiberina appare ora dall'alto come un vascello di pietra incagliato nel torbido, prua immobile contro una corrente che non concede soste. La figura dell'uomo si raggrinzisce lungo il bordo della strada, diventando un semplice, piccolo, irrilevante punto grigiastro nel torpore umido di questo mattino. Una macchia sottile che si dissolve tra i tronchi scuri e il fumo della pioggia. Svanisce così, con la stessa silenziosa inesorabilità con cui è scivolato fuori dallo sguardo di quella donna, lasciando che le pietre del Lungotevere restino l'unica memoria di un tempio mai finito, mentre il mondo vive la sua normalità, come se nulla di immenso fosse andato perduto.
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