L’Inganno dell’obsolescenza: cronaca di una resistenza necessaria.
Nell'ormai lontano 2012 acquistai un bel MacBook Pro Retina, per farne il mio portatile principale. Macchina eccellente e performante.
La caratteristica dei Mac è (era) un prezzo un po' superiore alla media dei PC ma con la prospettiva di una durata superiore. In effetti quel portatile è sopravvissuto ufficialmente per otto anni (2012-2020). Poi, per altri tre anni, è rimasto in un limbo di aggiornamenti di sicurezza minori su Catalina, fino a quando è stato definitivamente abbandonato al suo destino.
Un gran peccato, perchè era e rimaneva un eccellente strumento informatico. Fatto sta che a causa di questa scelta della casa madre, sono stato costretto a metterlo a riposo, praticamente dimenticato su un ripiano, fino al "ritrovamento" di qualche giorno fa.... con la indispensabile ed inevitabile ribellione.
Perché vedete, ci sono momenti in cui è necessario svelare la realtà attraverso gesti tecnici che diventano, inevitabilmente, una riflessione politica ed etica. Questo mio MacBook Pro del 2012, come detto, è una macchina che per l’industria del consumo è considerata già cenere e che invece, sulla mia scrivania, pulsa di una vita nuova e vibrante.
Per comprendere la portata di ciò che definisco la nostra "collettiva imbecillità", occorre guardare ai fatti. Ve li racconto.
Il MacBook Pro Retina del 2012 è realmente un capolavoro di ingegneria: un corpo d'alluminio solido, una tastiera che risponde al pensiero e uno schermo che ancora oggi sfida la vista per nitidezza e profondità. Eppure, la casa madre ha deciso che la sua corsa doveva fermarsi anni fa. Secondo i software ufficiali, questa macchina non era più capace di "reggere" il progresso. E' stata confinata in un limbo di versioni obsolete, esclusa dagli aggiornamenti di sicurezza e dalle nuove funzionalità, non per un limite del "ferro" — del processore o della memoria — ma per un comando via software. Una barriera artificiale innalzata per costringere l’utente a guardare al nuovo modello come all'unica via di scampo.
Dopo il ritrovamento, ho deciso di non accettare più questo verdetto. Attraverso un’operazione di chirurgia digitale nota come OpenCore Legacy Patcher, ho rimosso i lucchetti posti dal produttore. Ho "istruito" l'hardware a dialogare con un sistema operativo, Monterey, che non è l'ultima versione disponibile ma un software nato dieci anni dopo la costruzione di questo computer, tuttavia abbastanza recente da consentirne gli aggiornamenti.
Il risultato è sconvolgente per chiunque creda ancora alle favole del marketing: la macchina non solo funziona, ma "vola". Le trasparenze dei menu sono tornate, la fluidità delle animazioni è impeccabile, la risposta ai comandi è istantanea. Insomma, ho recuperato un portatile.
Questo esperimento riuscito dimostra una verità brutale: un computer di dodici anni fa è, per le necessità reali dell'Uomo — scrivere, editare immagini, gestire il sapere, comunicare — perfettamente performante.
Perché allora parlo di imbecillità? Perché questa sete di profitto, questa accelerazione forzata verso il nuovo a ogni costo, è un atto di cecità assoluta verso l'unico ecosistema che ci ospita. Ogni Mac, ma questo si può dire per ogni apparecchio elettronico usato, dichiarato "obsoleto" e gettato via è un carico di rifiuti elettronici che avvelena la terra, è un dispendio di energia folle per estrarre terre rare dalle miniere, è una ferita inferta all'ambiente in nome di un bisogno che non esiste.
Moltiplicare questa mia singola esperienza per i milioni di computer che giacciono inutilizzati o finiscono nelle discariche globali significa quantificare un disastro ecologico e umano senza precedenti. È il trionfo del digital divide: creiamo barriere di classe basate sulla capacità di spesa, togliendo strumenti di conoscenza a chi non può permettersi il tributo del nuovo, quando il "vecchio" sarebbe ancora uno strumento d'eccellenza.
Siamo imbecilli perché abbiamo smesso di essere custodi della materia e siamo diventati semplici consumatori di sogni prefabbricati. Abbiamo dimenticato che riparare, aggiornare e mantenere sono atti di intelligenza superiore rispetto al semplice acquistare. Il mio MacBook del 2012 non è un reperto; è un manifesto di ciò che potremmo essere se solo decidessimo di riprenderci la sovranità sui nostri strumenti e sul nostro futuro.
Vedete, amici miei. Qui non si tratta solo di etica e filosofia. Si tratta di realismo. Avete mai provato a calcolare quanti soldi ognuno di noi ha speso negli ultimi... chessò... quindici anni? per rincorrere modelli nuovi che fondamentalmente fanno esattamente le stesse cose di quelli vecchi? E quei soldi come li dobbiamo guadagnare?
Dovremmo imparare ad essere meno permeabili alle logiche imposte dal sistema, un po' come stiamo facendo con le automobili, rifiutando di acquistare modelli dal costo raddoppiato, se non di più, complicate da usare e da manutenere.
Restare umani, oggi, significa anche rifiutare di diventare servi di un sistema che scarta la materia per alimentare il profitto. Il mio MacBook del 2012 è tornato a scrivere. E ha ancora molto da dire.
Enrico Francesco Mario Franceschetti
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