Ciò che è stato e non era
Dal Paradiso si può cadere. Chi ha stabilito che non esista? Chi ha decretato che l'Eterno non possa essere toccato con mano mortale, qui, mentre il sangue ancora scorre? Si può. È un'impresa disperata, vertiginosa, ma si può.
Capita di incontrare chi non si limiti a fare da Virgilio o da Beatrice, chi non ti porti semplicemente altrove, ma crei il Paradiso. Capita di trovare chi diventa la geografia stessa di quel luogo. Lì si impara che non è una destinazione remota, ma un modo di percepire l'esistente. Si viene addestrati alla meraviglia, costretti ad abitarla fino a farla diventare l'unica residenza possibile.
È l'atto violento e sacro di aprire gli occhi per la prima volta. Prima, il mondo era un abbozzo in bianco e nero, un disegno preparatorio privo di spessore. Poi, d'improvviso, è come dare un nome segreto alle cose, battezzarle nella realtà; è imparare a respirare un'aria che non è solo ossigeno, ma sostanza viva.
Ho visto colori che non hanno nome nello spettro del visibile umano. C'era musica, c'era una vibrazione che teneva insieme gli atomi, un'esplosione continua di gioia che annullava ogni paura, spingendomi oltre, mille volte oltre la misura dell'Uomo.
Come Dante implorò la grazia di sostenere la vista di Dio, così accade di ricevere organi nuovi per questo mondo nuovo: occhi per vedere l'invisibile, pelle per sentire l'assoluto, mani per toccare l'anima delle cose e tutto se stessi per amare senza riserve, senza protezioni, senza scampo.
Ma la fisica dello spirito è spietata: l'altezza da cui si precipita determina la devastazione dello schianto. E si precipita nel momento esatto in cui l'incanto svanisce. Cadere da lì è atroce. Dopo aver respirato, aver visto, non si può tornare nel buio del "feto della normalità" senza impazzire. Si perde il senno e la via, non si distingue più la destra dalla sinistra.
Eppure, sono sopravvissuto anche a questo. Mi sono rialzato, con quella caparbietà ottusa che possiede la carne quando si rifiuta di seguire lo spirito nella resa. Ho ripreso a camminare tra i vivi, ho edificato una quotidianità fatta di gesti meccanici e necessari. Ho respirato, ho lavorato, ho simulato la vita con una precisione tale da ingannare chiunque, persino me stesso. Ho creduto, in certi giorni di inconsapevole anestesia, di avercela fatta. Mi sono detto che il tempo è un medico pietoso, che la ferita si era chiusa, che ero tornato abile al mondo.
Ma in realtà ho solo scambiato l'assuefazione al buio per guarigione. Perché poi il pensiero, quando sei distratto, torna sempre, inesorabile, a quel Paradiso. Non c'è scampo dalla memoria della luce quando la si è guardata in faccia anche solo per un istante. Non si può "disimparare" la meraviglia. Una volta che hai visto i colori reali, il grigio del mondo non è più neutro: è insopportabile. Dopo aver respirato l'aria rarefatta delle vette, la pianura non è riposo, è asfissia.
Sono caduto, spezzandomi la schiena e il cuore. La condanna non è il dolore, ma il paragone. Vivere nel ricordo del Paradiso. È dura. Perché ogni tentativo di vita che non sia quella vita è solo una patetica recita. Vivo in quel ricordo e mi struggo di malinconia, perché quello è l’unico luogo dove la realtà avrebbe ancora il diritto di chiamarsi tale.
E tu, tu lo sai.
(estratto da "Ciò che è stato e non era" di Enrico Franceschetti)
©All Right reserved.
Commenti
Posta un commento