WWIII? - Ipotesi e considerazioni
Ormai lo sappiamo: il mondo è cambiato e sta cambiando. Gli equilibri preesistenti, divenuti insufficienti, sono saltati, e nuovi se ne formeranno. Ciò è tutto sommato fisiologico se si guardano le vicende umane con gli occhi degli storici, abituati al fluire e rifluire delle potenze. Tuttavia, ciò che preoccupa è il modo con cui tale cambiamento si manifesta, un modo che evoca ricordi catastrofici di altri periodi storici, altrettanto drammatici, i cui sviluppi hanno portato a mutamenti continentali di lunga e lunghissima durata.
Qual è, allora, il quadro attuale? Con l’avvio dei bombardamenti sull’Iran non assistiamo ad un “incidente casuale”, bensì al ripetersi di una precisa meccanica di saturazione. Lo storico Christopher Clark ne I Sonnambuli a proposito del 1914, descrisse un’analoga situazione geopolitica, laddove le potenze industriali europee avevano esaurito gli spazi di espansione coloniale e commerciale, entrando in una collisione inevitabile per la ridistribuzione delle quote di mercato. Oggi, non più quello europeo, ma il capitalismo globale del XXI secolo, ha raggiunto il suo limite fisico e finanziario, riproponendo su scala planetaria quella che lo studioso Graham Allison definisce "Trappola di Tucidide".
Per comprendere la gravità di questo concetto, non serve guardare ai grafici di borsa, ma alla storia antica descritta dallo storico greco Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Il meccanismo è spietato nella sua semplicità: quando una potenza emergente (allora Atene, oggi la Cina) cresce rapidamente fino a minacciare il primato della potenza egemone stabilita (allora Sparta, oggi gli Stati Uniti), si crea una tensione strutturale insostenibile. La potenza dominante, vedendo erodere il proprio potere e temendo di essere sorpassata, entra in uno stato di paranoia strategica che la spinge a considerare la guerra non come una scelta, ma come una necessità preventiva per fermare l'ascesa del rivale. Non è necessario che uno dei due voglia la guerra; è la struttura stessa del potere che rende lo scontro quasi inevitabile, come una legge fisica.
La differenza sostanziale rispetto al passato risiede nella scala e nella natura del dominio: se un secolo fa la contesa era per l'egemonia continentale europea e per le risorse grezze, oggi la lotta è per il controllo egemonico mondiale dei flussi finanziari, tecnologici ed energetici. Le élite attuali, afflitte dalla stessa cecità dei monarchi della Belle Époque, spingono verso il baratro convinte di poter gestire l'ingovernabile, ignorando che la guerra, una volta innescata da questi calcoli di pura potenza, divora i suoi stessi architetti secondo logiche non più umane ma meccaniche.
La mutazione del Capitale: dalla produzione alla predazione
Il motore immobile di questa crisi risiede nella trasformazione ontologica del capitalismo contemporaneo. Abbiamo abbandonato l'era della produzione, dove la ricchezza era – seppur iniquamente – generata attraverso la trasformazione della materia e il lavoro collettivo. Siamo entrati in quella che il geografo David Harvey ha lucidamente teorizzato come "accumulazione per espropriazione", ma che nella pratica si rivela come un ritorno alla pura rapina. In un sistema finito, dove la crescita infinita si è rivelata una chimera matematica, l'unica via per l'accumulazione di capitale non è più creare nuovo valore, ma sottrarlo ad altri. La ricchezza si sposta, non si crea.
Tuttavia, questa dinamica estrattiva ha trovato il suo perfezionamento psicologico e sociale in ciò che il filosofo Byung-Chul Han descrive come il passaggio dalla società disciplinare alla "società della prestazione". Il capitale non ha più bisogno di costringere il soggetto all'obbedienza; lo induce alla libertà fittizia di un progetto individuale in cui vittima e carnefice coincidono. Si genera così il meccanismo perverso dell'auto-sfruttamento: l'individuo si consuma volontariamente nell'illusione di realizzarsi, trasformando l'alienazione in una colpa privata e la stanchezza in un fallimento personale, disinnescando alla radice ogni possibile dissenso collettivo.
Questa logica predatoria ha permeato ogni livello dell'esistenza, dal macro al micro, realizzando la cupa profezia di Oswald Spengler sul trionfo della "Civilizzazione" meccanica sulla "Cultura" organica. La costante, pervasiva, invasiva esaltazione del progetto individuale, promossa a partire grosso modo dagli anni ‘80 a discapito di quello collettivo, unita all'esasperazione della competizione come unico valore, ha distrutto la coesione sociale che un tempo fungeva da freno inibitore. È qui che si innesta la sistematica disgregazione dei corpi intermedi — sindacati, partiti, associazioni di categoria — che un tempo filtravano e organizzavano il conflitto. L'atomizzazione del corpo sociale ha lasciato il singolo nudo e impotente di fronte a conglomerati finanziari di potenza inaudita, poche entità sovranazionali che accentrano leve decisionali superiori a quelle degli Stati, rendendo la democrazia un guscio vuoto.
In questo scenario, il concetto stesso di umanità viene riscritto. Il "perdente" non è più visto come una vittima delle circostanze o del sistema, ma come un colpevole da spogliare e distruggere. La sua colpa è imperdonabile: non "performare". Non essere all'altezza della competizione feroce diviene un marchio d'infamia che giustifica qualsiasi aggressione. Poiché la ricchezza è divenuta l'unico elemento valoriale riconosciuto, chi non la possiede o non la conquista non ha diritto di esistere. Lo schiacciamento del debole smette di essere un atto di prevaricazione e diventa, nella logica perversa del turbocapitalismo, un atto di igiene sociale. Da metodologia di sfruttamento delle masse, questa visione è divenuta l'unico modo di concepire il dominio: siccome la ricchezza non si crea ma si sottrae, i rapporti umani e internazionali si trasformano inevitabilmente in catene di predazione, dove l'esistenza dell'uno implica necessariamente l'annientamento dell'altro.
La strategia della potenza dominante: l'incendiario immune
In questo scacchiere, gli Stati Uniti, da tempo potenza dominante, assumono il ruolo del predatore assoluto che ha scelto deliberatamente di rovesciare il tavolo. Forti di un'indipendenza energetica che i loro rivali non possiedono e del controllo della valuta di riserva globale, agiscono secondo una logica di "distruzione controllata" degli avversari. La chiusura delle vie di approvvigionamento, come lo Stretto di Hormuz, o l'imposizione di sanzioni extraterritoriali, non sono misure difensive, ma atti di aggressione volti a strangolare chiunque minacci l'unipolarismo americano. Washington accetta il rischio del caos globale perché, nel breve termine, il caos penalizza asimmetricamente i concorrenti privi di autonomia energetica e militare. È la strategia della terra bruciata applicata all'economia globale: se non posso competere con la capacità produttiva cinese, distruggo le condizioni minime affinché quella produzione possa esistere e circolare.
È anche in questa cornice che l'attacco all'Iran può essere decodificato. Lungi dalle contrastanti e mutevoli motivazioni "morali" o "di sicurezza" esposte dal vertice al comando — narrazioni che cambiano con la rapidità necessaria a coprire la nuda realtà — l'azione militare aveva l'evidente, unico fine di strozzare l'accesso alle risorse della potenza emergente asiatica. Siamo di fronte a un'applicazione magistrale e spietata di quello che lo storico e stratega militare Basil Liddell Hart definiva "approccio indiretto": per sconfiggere un avversario non bisogna attaccarlo nel punto di massima resistenza, ma disarticolarne l'equilibrio colpendo le linee di rifornimento e la stabilità logistica, rendendo la sua forza fisica inutile. Colpire Teheran per paralizzare Pechino.
Dunque si sceglie coscientemente il caos perché, calcolatrice alla mano, la potenza egemone sa di poterselo permettere. La valutazione viene fatta esclusivamente in termini di riserve strategiche e controllo delle materie prime, con un cinismo che raggela. In questo calcolo, la qualità della vita, il benessere e la stessa sopravvivenza dei cittadini europei o asiatici non sono variabili considerate. Esattamente come nella Prima Guerra Mondiale, le popolazioni civili e la classe lavoratrice rimangono mera "carne da cannone" — oggi economica, domani forse letterale — da sacrificare sull'altare di un primato che non le riguarda. È essenziale averne piena coscienza per attribuire correttamente le responsabilità storiche: non siamo vittime di un destino cinico e baro, ma di una precisa scelta imperiale che ha valutato il nostro sacrificio come un costo accettabile per il mantenimento del potere.
L'Europa: il sacrificio del vaso di coccio
L'Europa rappresenta la vittima sacrificale designata, non da altri, ma dagli stessi europei. Priva di esercito, di energia e di una politica estera sovrana, il continente si trova stritolato tra la fedeltà atlantica e la necessità economica eurasiatica. Questa fragilità non è affatto un accidente della storia, ma il frutto avvelenato di scelte precise, a partire dalla scelta globalizzante degli ultimi decenni. Contro le poche voci inascoltate che predicavano prudenza, si è perseguita la chimera della globalizzazione selvaggia, giustificata dalla narrazione menzognera della necessità di essere "più competitivi". Una menzogna svelata crudelmente dai fatti: gli enormi risparmi sui costi di produzione, ottenuti delocalizzando le fabbriche verso territori in cui i diritti dei lavoratori sono sistematicamente calpestati, non sono mai stati riversati sul consumatore finale attraverso una riduzione dei prezzi, se non in minima misura, ma sono stati interamente incamerati dai grandi gruppi sotto forma di profitti smodati e rendite finanziarie.
Non parliamo poi della scelta, sempre motivata da ingordigia e cecità, di mantenere i salari stabilmente bassi, come si è fatto nel nostro paese, col risultato evidente di squalificare ed impoverire la forza lavoro, costringere i giovani ad espatriare per trovare prospettive dignitose e di conseguenza indebolire ancora di più la struttura economica e sociale nazionale.
Il risultato tangibile di questa strategia, insieme ad errori di visione e di programmazione manageriale, è stata la desertificazione industriale europea, che ci ha privato della "profondità strategica" necessaria a resistere agli urti. A questo disastro economico si è unita la cecità politica dei populismi e dei sovranismi di facciata, che non hanno percepito la fragilità crescente dei singoli territori. In un mondo dominato da imperi continentali, l'unica risposta difensiva efficace non poteva risiedere nell’ulteriore polverizzazione delle autonomie o nel ritorno ai piccoli recinti nazionali, ma al contrario nell'unificazione reale delle masse territoriali, economiche e sociali, per creare una massa critica capace di sedere al tavolo delle trattative.
Per paesi strutturalmente poveri di risorse e materie prime, presentarsi sul mercato singolarmente significa perdere ogni capacità di contrattazione. Il risultato è quello che vediamo. Ad ogni turbamento anche solo dei flussi di approvvigionamento corrispondono aumenti di prezzi e tariffe senza controllo.
Dunque, siamo vittime di un incrocio malefico di ingordigia finanziaria e cecità – se non aperta corruzione – politica. Questo combinato disposto ci ha resi inermi. Oggi siamo nudi come bambini, deboli ed esposti a tutti gli choc economici possibili, privi di difese immunitarie. Le conseguenze, si teme, non saranno statistiche, ma carnali: si potrebbero tradurre in rincari insostenibili, disoccupazione strutturale dovuta alla mancanza di industria, povertà crescente e nel definitivo indebolimento, se non crollo, di quel sistema di welfare che era l'ultimo baluardo della civiltà europea. I singoli Stati e l'Europa tutta rischiano di non essere più giocatori, ma solo terreno di scontro o di conquista, e i suoi abitanti spettatori paganti del proprio malessere.
Il blocco orientale: la reazione biologica e il detonatore locale
Dall'altra parte della barricata, Cina, Russia e, in misura diversa, l'India, non agiscono per ideologia, ma per una stringente necessità biologica di sopravvivenza statale. La Russia è stata la prima a rompere gli argini con l'invasione dell'Ucraina: un atto di brutale aggressione che, al netto delle motivazioni di sicurezza percepite da Mosca non prive di alcune reali giustificazioni, si è rivelato una follia strategica capace di recidere il legame secolare, indispensabile, con l'Europa. Questa rottura, ed i costi spaventosi di un conflitto anch’esso assai simile a quello della prima guerra mondiale, ha costretto il Cremlino a un riorientamento "idraulico" delle proprie risorse energetiche verso Est, svendendo gas e petrolio a prezzi di favore a Pechino e Nuova Delhi.
Si è così creato un triangolo di interessi divergenti ma complementari: la Russia fornisce il sangue (l'energia) a basso costo; la Cina mette la capacità industriale e tecnologica; l'India, pur mantenendo un piede in due scarpe, approfitta della situazione per alimentare la propria crescita demografica ed economica senza sottostare ai diktat occidentali. Questi tre giganti, pur diffidando l'uno dell'altro, convergono nella necessità vitale di scardinare l'ordine finanziario basato sul dollaro, vedendo nel conflitto l'unica opportunità per ridisegnare gli equilibri mondiali e sottrarsi al cappio delle sanzioni.
La Cina, in particolare, con la chiusura delle rotte marittime vitali come Hormuz, si potrebbe trovare oggi nella posizione del Giappone nel 1941: strangolata energicamente, potrebbe valutare di non avere altra scelta se non la reazione militare per rompere l'accerchiamento. Non si tratterebbe di ambizioni imperiali, ma di evitare il collasso interno e la carestia industriale.
In questo scenario globale, Israele gioca il ruolo della scheggia impazzita. Pur essendo l'esecutore materiale dell'attacco che ha portato alla chiusura dello Stretto, Tel Aviv si muove spinta da interessi esclusivamente localistici ed egoistici. La sua azione è priva di qualsiasi respiro internazionale o visione strategica d'insieme; è dettata da una logica di sopravvivenza tribale, lucida e spietata, che mira alla cancellazione dei nemici vicini senza curarsi dell'incendio che appicca al resto del mondo. Israele è il detonatore perfetto nelle mani degli Stati Uniti: una potenza regionale accecata dalle proprie ossessioni di sicurezza, utile per innescare un caos globale di cui non comprende nemmeno la portata, ma che serve perfettamente al disegno egemonico del suo protettore d'oltreoceano.
Conclusione: La fine della complessità
Le valutazioni qui proposte non hanno la pretesa dell'infallibilità, né quella di esaurire la complessità di un sistema geopolitico soggetto a variabili imponderabili e sviluppi improvvisi. Tuttavia, ammettendo che l'analisi sulla saturazione dei mercati e sulla natura predatoria del capitale contemporaneo abbia colto nel segno, le conseguenze prospettiche apparirebbero comunque assai fosche.
La sintesi di queste forze sembra spingere non necessariamente verso una catastrofica estinzione dell’umanità, ma verso una “morte” intesa come la fine irreversibile dell'attuale modello di civiltà.
Ciò che rischiamo realmente è una crisi a cascata: prima bellica, poi economica e infine sociale. Le nostre tecnologie raffinate, le reti globali di dati e servizi di cui ci serviamo quotidianamente, le importazioni di beni e prodotti alimentari, la facilità di spostamento con automobili, treni ed aerei, insomma tutto il sistema che diamo per scontato, sono in realtà “fiori di serra” che richiedono condizioni di pace, stabilità e flussi energetici costanti per esistere.
In un mondo frammentato dalla guerra e affamato dalle sue conseguenze e dalla logica della sottrazione, infrastrutture complesse come Internet, ad esempio, difficilmente sopravvivrebbero alla mancanza di risorse e manutenzione. Per non parlare di trasporti e comunicazioni in generale.
La "morte" di cui parliamo è dunque la morte del concetto di vita moderna, di produzione globale e di accesso ai beni che diamo per scontati. È la regressione a uno stadio di pura sopravvivenza, dove il superfluo tecnologico si spegne e resta solo la nuda necessità. Se poi, nel parossismo dello scontro per le ultime risorse, qualcuno dovesse essere tanto folle da premere il bottone nucleare, allora sì che il problema verrebbe risolto alla radice. Per sempre.
Enrico Franceschetti
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